Terapia Ormonale in Menopausa

Dalla Francia arriva un contrordine: nel trattamento ormonale in menopausa i tempi contano, ma non come si pensava.

Il rischio di cancro al seno infatti sembra maggiore nelle prime fasi che non in seguito, anche per cure brevi.
E dagli Stati uniti giunge l’amara conferma di un sospetto che aleggiava nell’aria già alla Consensus conference tenutasi a Torino più di un anno fa: gli estro progestinici in menopausa aumentano la probabilità di morire di tumore del polmone.

L’effetto è amplificato nelle donne a rischio, per esempio perché fumatrici. I ricercatori statunitensi coordinati  da Rowan T Chlebowski, del Los Angeles Biomedical Research Institute dell’Università di California a Los Angeles, sono giunti a queste conclusioni da una reanalisi dei dati del famoso studio WHI, lo Women’s Health Initiative.
Il grande trial randomizzato e controllato in doppio cieco che coinvolse oltre 16.000 donne in post menopausa reclutate in 40 diversi centri degli Stati Uniti fu interrotto prima del tempo nel 2002 quando apparve chiaro che i rischi legati all’uso di estroprogestinici in questa fase della vita superavano i possibili vantaggi, in particolare esponendo le donne così trattate a un maggior rischio di cancro.
L’analisi post hoc appena pubblicata su Lancet si è soffermata in particolare sull’incidenza e la mortalità da tumore del polmone in generale, e nello specifico da microcitoma e da tumore non a piccole cellule.
«Dopo una media di cinque anni e mezzo di trattamento e altri due anni di follow up» racconta Chlebowski,«si sono ammalate 109 donne nel gruppo sottoposto al trattamento e 85 in quello assegnato al placebo».
Una differenza che salta all’occhio ma non raggiunge la soglia di significatività. Significativa anche dal punto di vista statistico è invece la differenza tra i due gruppi in termini di mortalità. «Nel primo gruppo infatti si sono registrati 73 decessi, per lo più dovuti a tumori non a piccole cellule, contro i 40 osservati nel gruppo di controllo» prosegue lo studioso californiano. «Uno scarto che corrisponde a un aumento del rischio del 70 per cento».
L’effetto era concentrato solo sui tumori non a piccole cellule, perché sia l’incidenza sia la mortalità per microcitoma è stata la stessa nei due grupp, in cui le fumatrici erano ugualmente rappresentate.
«Dei nostri risultati si dovrà tener conto nel prescrivere la cura» dicono gli esperti, «soprattutto nelle fumatrici o nelle donne che, pur avendo smesso, hanno fumato molte sigarette in passato. Ciò che rende meno forti le nostre conclusioni è il numero tutto sommato modesto di casi di cancro osservati» commenta Chlebowski, «senza dimenticare i possibili effetti diversi di altri tipi, tempi e modalità di somministrazione dei farmaci». Non si possono infatti estrapolare ad altri tipi di trattamento, assunti per via orale o percutanea, le conclusioni di questa indagine, condotta con una somministrazione quotidiana per os dell’associazione tra 0,625 mg di estrogeni coniugati equini e 2,5 mg di medrossiprogesterone acetato.
Non tutti i trattamenti infatti sono uguali, così come le modalità e i tempi con cui vengono somministrati.
Lo riconferma lo studio francese condotto su una coorte di oltre 53.000 donne in menopausa seguite tra il 1992 e il 2005. Nelle donne che avevano iniziato il trattamento entro tre anni dall’inizio del climaterio la probabilità di sviluppare un tumore al seno era aumentata del 50 per cento, anche se la cura non durava più di due anni. Con tempi così brevi, questo pericolo non si osservava invece tra chi si era rivolto agli ormoni dopo più di tre anni dalla svolta. Con trattamenti più prolungati il rischio aumentava comunque, indipendentemente dalla data di inizio. Unica possibile eccezione: le pillole contenenti progesterone naturale.

Fonte www.tempomedico.it

 

 

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